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See one, Do one, Do a runner (Italian Translation)

At the request of Erika Certosino, here is an Italian translation of my blog post about my journey as a dyspraxic doctor.


Erika is the AIDEE main contact for parents in Tuscany. AIDEE (Associazione Italiana Disprassia dell'età Evolutiva) is a non-profit organisation which promotes awareness and research of Dyspraxia. Erika very kindly translated the blog post herself.


SEE ONE, DO ONE, DO A RUNNER: IL VIAGGIO DI UN MEDICO DISPRASSICO


Il mio rapporto con l'ansia è iniziato da bambina. Credo di essere nata ansiosa. Una cosa questa che, in una famiglia come la mia, in una bambina piccola, può essere tollerata, ma le difficoltà sono aumentate quando ho cominciato ad avere a che fare con il mondo esterno. Guardandomi indietro, posso dire che avevo problemi sensoriali. Ad esempio, non sopportavo di sedermi sul prato, alcune consistenze e alcuni odori disturbavano davvero la mia giornata e questo mi rendeva ansiosa perché temevo di poterli incontrare dappertutto. Avevo difficoltà nel socializzare, desideravo sentirmi coinvolta, ma non ero in grado di seguire e, allo stesso tempo, partecipare a più conversazioni alla volta. Quando mia madre veniva a prendermi all'asilo, solitamente veniva a sapere che avevo trascorso la maggior parte del tempo, da sola, senza partecipare a giochi di gruppo, seduta su una sedia, a guardare. Osservando assimilavo informazioni, ero in grado di raccontare a mia madre ciò che succedeva nei minimi dettagli, ma non sarei riuscita a farlo se avessi anche partecipato ai giochi. La mia capacità di elaborazione delle informazioni era più lenta rispetto quella agli altri e questo mi faceva apparire socialmente inappropriata. Quando magari ero riuscita a cogliere qualcosa di pertinente nella conversazione, tutti gli altri avevano già cambiato argomento. Ciò era dovuto, non solo ad una lenta velocità di elaborazione, per cui il mio cervello era fermo a processare argomenti precedenti, ma anche al fatto che io "notavo troppo" tutto ciò che mi circondava. Io sono una maniaca assoluta per i dettagli. Non riesco ad ascoltare una conversazione in una stanza, senza prestare attenzione a frammenti di altre. Così smisi di partecipare e diventai un'ascoltatrice silenziosa. E questo per un periodo di tempo che è andato ben oltre l'infanzia.


Ciò che mi impediva, inoltre, di partecipare a quei giochi di gruppo, e, quando sono diventata più grande, faceva sì che rimanessi ai margini del parco giochi, era la mia incapacità di giocare. Avevo una fervida immaginazione ed ero una bambina divertente a cui piaceva giocare, ma avevo difficoltà a trasformare i miei pensieri in parole in modo che le altre persone potessero capire. Questo mi intrappolava nei miei giochi. Non avevo la coordinazione necessaria per partecipare a giochi con la palla o nella corsa o nei salti. La maggior parte dei parchi giochi prevedono attività motorie che io non ero in grado di eseguire. Quando avevo sei anni, mia madre fu chiamata a scuola per essere informata del fatto che io ero l'unica bambina della classe che non era in grado di saltare con la corda. Di conseguenza, ad ogni pausa, tutta i miei compagni si mettevano in cerchio intorno a me, fino a quando non "imparai a saltare la corda". Davvero un'abilità fondamentale nella vita! Non c'è da meravigliarsi, dunque, che fossi una bambina che aveva paura di andare fuori a giocare. Piuttosto avrei preferito rimanere in classe, dove le mie difficoltà non venivano messe in mostra davanti a tutti.


Fuori dall'aula, le mie abilità motorie erano terribili quasi in ogni area. Non ero in grado di tagliare il cibo durante il pranzo e ricordo ancora un insegnante che, con impazienza, mi rimproverava dicendo "ormai sei grande, dovresti riuscire a farlo da sola". Per cui non chiesi più aiuto. Avevo già imparato che era molto importante nascondere le mie difficoltà, mascherarle e non mostrare che non ero in grado di fare qualcosa, perché quando non riuscivo a fare qualcosa, il messaggio che mi arrivava forte e chiaro era "è colpa tua".


Ero molto brillante, per cui la mia lentezza e la mia incapacità nell'imparare alcune cose venivano interpretate come pigrizia o atteggiamenti di sfida. Era chiaro che dovessi impegnarmi di più, fare meglio, crescere. Ero inoltre una bambina disorganizzata, ma, sfortunatamente, molto consapevole di questa cosa. Vivevo costantemente nella paura di perdere i miei compiti, le mie cose personalie di essere in ritardo. Avevo il terrore di sentire "Oh no, di nuovo", fino al punto di indossare la divisa della scuola durante l'estate, rifiutandomi di togliere il cardigan o il maglione per timore di smarrirlo.


Crescendo, durante le lezioni di ginnastica, il divario tra le mie abilità motorie e quelle dei miei compagni divenne notevolmente evidente. Nessuno voleva fare coppia con me o mi voleva in squadra con sé, perché ero un ostacolo. Mi nascondevo durante i giochi di squadra, pregando che la palla non arrivasse nella mia direzione. Inevitabilmente gli altri bambini cominciarono a prendermi in giro. A volte ero contenta di ridere delle mie difficoltà, pensando che fosse meglio per integrarsi, ma altre volte era davvero pesante. Ero stanca, frustrata e stufa che il mio corpo non facesse mai quello che desideravo, mettendomi ripetutamente in imbarazzo davanti ai miei coetanei.


Allora non avevo nessuna diagnosi e quindi nessuna spiegazione sul perché non fossi in grado di usare coltello e forchetta o i trucchi. Ho cercato in tutti i modi di imparare cose che le altre persone danno per scontate, trascorrendo ore a casa da teenager, riscrivendo la lezione affinché fosse più leggibile da parte dell'insegnante, ma c'erano alcuni compiti che non riuscivo mai a portare a termine. Tutto ciò mi rendeva un'adolescente ansiosa. Sapevo che non volevo essere diversa, ma, in qualche modo, nonostante tutti i miei sforzi ero costretta a vivere nel mio mondo di persona diversa. Non riuscivo a capire come fare per entrare in quell'altro mondo di cui desideravo far parte, il mondo in cui le persone non si sentono male per gran parte della lezione, chiedendosi se saranno chiamate a rispondere alla domanda, mentre fissano l'insegnante perché il loro cervello sta ancora processando ciò che viene detto; il mondo in cui le altre ragazze possono indossare scarpe che non abbiano solette o aggeggi vari che servono a impedire loro di cadere e farsi male continuamente; il mondo in cui le altre persone non devono vivere nella paura continua che il loro cervello o il loro corpo possa deluderle.


Guardandomi indietro, è ancora un mistero per me come sia riuscita a farcela all'università di medicina. Sono andata via di casa a 18 anni. Non ero in grado di gestire la quotidianità dell'università mentre studiavo. Avevo difficoltà a ricordare gli impegni che avevo e a che ora fossero, non sapevo come usare la lavatrice, o come riuscire a svolgere tutte queste attività mentre, allo stesso tempo, dovevo imparare una grande quantità di nuove nozioni accademiche. Qualcuno avrebbe potuto capire quanto fosse difficile per me organizzare tutte le mie cose e dirmi che quel corso non era adatto a me. Ho fatto molta fatica per partecipare a esercitazioni e seminari, non perché non avessi niente da dire, ma perché andavano troppo velocemente per me. Ho finito per convincermi del fatto che ero stupida. Tuttavia i miei successi accademici (sono andata all'Università di Oxford), dimostravano il contrario. Ricordo un episodio in cui avevo difficoltà nell'assimilare un procedimento che mi era stato spiegato a voce e il tutor mi disse "forza, un topo è in grado di imparare 30 nozioni nuove". Se solo avessi avuto maggiori conoscenze su di me e il mio stile di apprendimento, le cose avrebbero potuto andare diversamente?


Io apprendo per immagini e le informazioni scritte si adattano meglio alle mie esigenze. Sono in grado di ricordare dove si trova un'informazione nel contesto di una pagina, ma non riesco a ricordare conversazioni se non prendo appunti. Purtroppo, sfortunatamente, la maggior parte delle informazioni e dei meeting seguono un canale verbale, basandosi esclusivamente su una processazione uditiva. È comprensibile, dunque, che una persona che ha difficoltà in questo ambito, possa diventare molto ansiosa.


Mano a mano che il mio corso è diventato sempre più pratico, ho sviluppato un timore crescente nell'eseguire le attività previste. All'università di medicina, è comune fare pratica ed esercitarsi davanti a un gruppo. Ad esempio per imparare come eseguire l'esame obiettivo di un paziente, come prelevare il sangue, come presentare la storia clinica del paziente ad un superiore. Vi viene mostrato o vi viene detto come fare, poi ciascun allievo lo fa a turno (secondo l'usanza comune "see one, do one, teach one"). Il mio terrore per queste attività pratiche che si ripetevano inaspettatamente e continuamente nel corso della giornata, divenne sempre maggiore, fino al punto che durante un tirocinio al pronto soccorso divenni così ansiosa che non riuscivo più a uscire di casa. Addirittura non riuscivo nemmeno più a far pratica davanti ai miei amici perché temevo di sembrare incapace e stupida. I miei voti negli scritti erano molto al di sopra della media, ma superavo con difficoltà gli esami pratici passando ore cercando di imparare le sequenze delle varie procedure per conto mio a casa.


Durante il tirocinio post-laurea, sono diventata estremamente consapevole del fatto che dovevo necessariamente svolgere il mio lavoro, poiché da quel momento in poi, la vita di altre persone sarebbe dipesa da me. Molto spesso durante un turno di notte, ero l'unico medico disponibile. Dovevo organizzare le attività, riuscire a orientarmi tra i corridoi dell'ospedale, eseguire procedure, e mantenere un'apparenza sicura mentre facevo tutto questo. Oh, dovevo farlo anche velocemente, senza aver mangiato, bevuto, essere andata al bagno o dormito abbastanza. Non esagero dicendo che il primo anno mi ha quasi distrutto. Tutto il lavoro si basava su abilità per me molto difficili essendo disprassica. Ma in quel momento non avevo ancora una diagnosi e non conoscevo nemmeno la disprassia, nonostante fossi un medico. Così mi colpevolizzavo per la mia inadeguatezza. Ero costantemente ansiosa e cominciai a soffrire di attacchi di panico. Mi sentivo intrappolata in un lavoro per il quale mi ero preparata tanto. Da un lato, sapevo che avrei potuto farcela - ero capace da un punto di vista accademico, e mi interessavo molto di ogni paziente che visitavo - ma dall'altro, mi sentivo così incapace. Avevo feedback molto positivi sia dai pazienti che dai colleghi, ma mi sentivo soffocare per tutti gli sforzi, l'energia e il sacrificio che dovevo compiere per cercare di mantenermi allo stesso livello dei miei coetanei.


Dopo aver superato gli anni di formazione obbligatoria in ospedale, ho scelto la specializzazione che più faceva per me, la psichiatria. In questo modo, avevo tempo per i miei pazienti, potevo ascoltare, elaborare, prendere appunti e verificare di aver capito. Posso persino dire che in questo ambito, essere disprassica ha rappresentato un vantaggio. Potevo pensare in modo diverso e trovare modi creativi per inquadrare le difficoltà dei pazienti e spiegare concetti. Poiché avevo lottato con l'ansia e con un episodio depressivo, sapevo cosa significava avere questi problemi. Avevo imparato dalle mie esperienze e ora potevo mettere a frutto le mie conoscenze.


Dopo aver lavorato alcuni anni in psichiatria, ho realizzato che le mie difficoltà non erano dovute ad una mia colpa, né tantomeno facevano parte di una normale esperienza di vita, ma che poteva esserci di più. Inoltre, fino a quel momento, avevo avuto una tale quantità di cadute e fratture delle caviglie, che ero disposta a fare qualunque cosa pur di risolvere la goffaggine che mi aveva afflitto per decenni. Ormai avevo timore di camminare su un terreno accidentato per paura di riportare una distorsione alla caviglia e trascorrere il mese successivo con le stampelle. Avevo bisogno di alcune risposte e di aiuto. Avevo deciso di scoprire cosa c'era di diverso in me.


Essendo adulta, i servizi diagnostici erano inesistenti, ma pensai che arrivati a questo punto, valesse la pena di pagare per riuscire a capire quali fossero i miei problemi. Così iniziai il mio percorso di valutazione, con mio marito al seguito. Ero terrorizzata all'idea di essere sottoposta ad una valutazione, ma la terapista occupazionale che mi seguiva era paziente e gentile. Anche se nei test dovevo fare cose che avevo per lungo tempo evitato, non mi dispiaceva. Tutto quello che stavo facendo era per uno scopo e questa signora gentile era lì per aiutarmi, non per ridere di me o mettere in evidenza la mia inadeguatezza. Terminati i test, mi espose i risultati, cominciando col dire che le mie abilità motorie risultavano nel primo percentile, ovvero il 99% delle persone aveva abilità motorie migliori delle mie. Mi disse, inoltre, che molte altre mie difficoltà non motorie erano compatibili con una diagnosi di disprassia. Avevo voglia di piangere quando ho realizzato che tutto questo spiegava le difficoltà che avevo vissuto in passato. Lei mi mostrò come usare coltello e forchetta speciali (ancora non sono riuscita ad acquisire questa abilità) e andai via armata finalmente di comprensione e conoscenza delle mie difficoltà. C'è voluto tempo per digerire tutto questo, per guardare al mio passato e dare un senso a tutto ciò che avevo vissuto.


Avere una spiegazione per le mie "differenze" mi ha restituito un po' dell'autostima che era stata ripetutamente calpestata durante la mia vita. Mi ha consentito, inoltre, di spiegarlo ad altre persone. Ha diminuito il senso di pressione che avvertivo. Per la prima volta potevo sinceramente ridere e dare la colpa alla "mia disprassia", quando non riuscivo a fare qualcosa. Potevo separare la mia intelligenza e la mia disprassia. Se avevo difficoltà a comprendere qualcosa, a imparare qualcosa, o a partecipare, potevo fare un respiro profondo e ricordare a me stessa che la disprassia rende queste cose difficili per me, ma va bene perché alla fine ci arriverò comunque. Ricevere la diagnosi ha completamente cambiato la mia vita.


Con l'aumentare dei tagli nell'ambito dei servizi per la salute mentale, con il crescere della richiesta e del carico di lavoro, ho realizzato che nonostante mi impegnassi al massimo delle mie possibilità, una carriera nell'ambito del Servizio Sanitario Nazionale non era più sostenibile essendo disprassica. Mi è dispiaciuto lasciare, ma il sistema non mi consentiva di integrarmi ed io non riuscivo a farlo. Ho provato con attrezzature speciali, rendendo nota o meno la mia condizione, con o senza adattamenti. Ma non cambiava il fatto che io ero diversa e non era possibile lavorare in un modo che non era salutare per me. Ero stanca di sentirmi come un inconveniente sopportato in un sistema già sotto pressione, dove i punti di forza legati alla mia disprassia non venivano messi in luce. Avevo sprecato così tante energie per riuscire a fare le cose basilari, che non potevo eccellere nelle cose in cui invece ero brava. Non potevo più continuare a cercare di essere un piolo quadrato in un foro tondo. Avevo trascorso la mia vita cercando di aggirare la mia disprassia, ma ora avevo capito e volevo lavoraci. Così ho avviato la mia attività in proprio, aiutando bambini neurodiversi. Ancora adesso, mi capita talvolta di essere ansiosa, quando devo ricordare molte cose o devo incontrare qualcuno per la prima volta, ma adesso so perché. A volte mi sento frustrata, ma ho il tempo e lo spazio per fare in modo che le cose funzionino per me. Posso rallentare e adattare il mio lavoro alle mie esigenze e alle difficoltà che la disprassia comporta, ho il controllo e sono in grado di usare le mie capacità. Sono finalmente felice di essere quello che sono, con la mia disprassia; così adesso posso cominciare un intero nuovo capitolo della mia vita. Un capitolo che inizia con l'autoconsapevolezza.


Traduzione a cura di Erika Certosino, Referente Genitori AIDEE

By kind permission of Dr. Emma Tremaine

Articolo originale disponibile al link sottostante:


https://www.supporttobeme.com/blog/see-one-do-one-do-a-runner-the-journey-of-a-dyspraxic-doctor


La Dott.ssa Emma Tremaine ha conseguito una laurea in medicina e una specializzazione in psichiatria, prima di avviare un'attività privata nel Devon per lavorare con bambini e giovani adulti neurodiversi: Support to be ME! Lei è disprassica e scrive e parla in modo appassionato di neurodiversità, salute mentale e di come sia riuscita a diventare medico, pur avendo una disabilità nascosta. Le piace, inoltre, andare a cavallo, lo yoga, il cucito e far ridere gli altri.

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